Parola di Don

di don Lorenzo Stefan Untitled 1

Nella vita di ciascuno di noi esistono alcune ferite che a volte si riaprono e creano molto dolore; evidentemente non mi riferisco a delle ferite puramente fisiche, ma a ferite morali o relazionali che fanno parte della nostra vita. Quando si riaprono esse hanno la capacità di provocare un dolore, talora intenso, altre volte insopportabile. Spesso si ricorre a qualche farmaco anestetico, che riduce il dolore senza però eliminare la causa reale.


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o pensato a questa immagine per presentare una ferita che provoca dolore al cuore delle nostre comunità cristiane e, se mi permettete, anche a quello del parroco. La divisione, l’antagonismo, la non stima reciproca, la contrapposizione, la sindrome di inferiorità, la maleducazione nelle parole verso l’altro, la mancanza di accoglienza e di collaborazione, l’incapacità di dialogo, il pessimismo cronico e altro ancora, sono tutte realtà che il Signore Gesù certamente non ci chiederebbe di vivere e che anzi aprirebbero nel suo cuore una ferita ben più profonda di quella infertagli con la lancia dal soldato romano. In realtà, quando provochiamo una ferita alla comunione della comunità cristiana sferziamo un colpo al corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa: questa ferita inferta alla chiesa non è meno grave di quella inferta al corpo di Cristo che riconosciamo nell’eucarestia. Al di là dell’aspetto religioso, così importante per noi cristiani, questi atteggiamenti vanno anche a danneggiare la vita civile del nostro paese creando continui e inutili contrasti. n mi riferisco a delle ferite puramente fisiche, ma a ferite morali o relazionali che fanno parte della nostra vita. Quando si riaprono esse hanno la capacità di provocare un dolore, talora intenso, altre volte insopportabile. Spesso si ricorre a qualche farmaco anestetico, che riduce il dolore senza però eliminare la causa reale.


A volte si pensa di poter risolvere queste problematiche con degli ottimi anestetici: il primo è quello dell’apparenza. Crediamo di poter mascherare le fatiche della comunione con un’apparente accoglienza e collaborazione, spesso più proclamata che praticata. Altre volte usiamo l’anestetico dei grandi eventi, capaci di coinvolgere e di creare una bella facciata che camuffa la reale capacità di collaborare.
Dobbiamo riconoscere che siamo abili a trovare stratagemmi che ci facciano apparire belli e uniti, quando in realtà si vive distanti.

Forse è giunto il momento di non prendere più anestetici e di affrontare realmente il problema che dissangua la vita pastorale delle nostre comunità cristiane. Possiamo dire che è giunto il momento dell’intervento o della terapia.

Credo sia opportuno accelerare il cammino di comunione fra le nostre comunità cristiane, compiendo alcuni passi che possono essere così identificati, in modo chiaro.
Un primo passo che ritengo indispensabile è la capacità di staccarsi da un passato che certamente ha segnato positivamente la vita delle persone ma che ora, se riproposto nella stessa forma, diventa arido e sterile.
La logica del “si è sempre fatto così” non aiuta a percorrere la strada della comunione. Si tratta della conversione personale di chi osa alzare lo sguardo guardando al futuro, senza il timore di affrontare nuove sfide e anche nuove abitudini. Cambiare le nostre abitudini è molto difficile, eppure è la via per non rimanere bambini nel vivere la fede ma diventare adulti. Oggi abbiamo la possibilità di diventare comunità cristiana e di vivere il vangelo in pienezza se sappiamo riconoscere le scorie del passato e gettarle alle spalle, osando scelte che sono di certo diverse rispetto al passato, ma che aiutano maggiormente a vivere la fede nell’oggi della chiesa. Alcune di queste scelte potranno apparire dolorose, perché a volte sarà necessario concentrare di più l’attenzione su certi aspetti, scegliendo di tralasciarne o eliminarne altri. E’ l’arte del vivere.


Un secondo passo importante è quello del discernimento. La capacità di scegliere e di aiutare nelle scelte chi ha il compito di presiedere la vita della comunità è un dono importantissimo; non si tratta semplicemente di una capacità innata, ma di un dono che si alimenta ad alcune sorgenti. La prima fonte è certamente quella di una conoscenza approfondita e non superficiale della complessità della vita pastorale delle nostre comunità. Non tutto è sempre così facile come può apparire: la vita delle nostre comunità è complessa e a volte anche complicata. Occorre dunque imparare a non cedere a facili giudizi. Una seconda fonte è rappresentata dalla preghiera: per un credente la capacità di scegliere matura nella preghiera, in quella straordinaria capacità di sottoporre alla luce della parola di Dio le situazioni che la vita ci propone. La terza sorgente infine è rappresentata da un sano discernimento, che si nutre del rispetto dei ruoli che ciascuno esercita nella comunità.

Un terzo passo potrebbe essere identificato dalla parola disponibilità. Al di là di tante parole, diventa ora necessario essere realmente disponibili ad accogliere e a lasciare spazio ad altre persone. Questo non significa assolutamente abbandonare il campo: chi la pensa così ha capito ben poco della logica della comunione. Fare spazio ad altri significa invece avere la capacità di collaborare con persone nuove, modificando i nostri soliti schemi di presenza e arricchendo la comunità intera. Lasciare spazio ad altri non significa andarsene, ma imparare a collaborare. Lo stesso sinodo minore ci invita a comprendere come “l’altro” non sia un estraneo da accogliere, ma sia già parte integrante della comunità cristiana a pieno titolo, come lo è ciascuno di noi. Se questo vale per persone che provengono da paesi e culture diverse, perché non dovrebbe valere per persone che condividono già non solo la cittadinanza ma anche la stessa residenza e l’identica figura del parroco? Questa disponibilità si alimenta ogni domenica nella celebrazione eucaristica, quando ci mettiamo alla scuola delle parole e dei gesti di Gesù: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”, “questo è il mio sangue, versato per voi e per tutti”.

Un quarto passo può essere ricondotto alla capacità di non creare inutili e dannose polemiche. In questo le nostre comunità cristiane hanno molto da imparare e c’è ancora una lunga strada da percorrere. Possiamo distinguerci dal mondo odierno e da qualche tipo di informazione che vive solo di polemiche. Ciascuno ha il diritto e il dovere di aiutare i fratelli a cogliere il reale peso delle cose, senza drammatizzare ogni situazione al fine di avere maggiore audience. Oserei dire che occorre imparare anche a boicottare false fonti di informazioni per potersi dissetare alle fresche sorgenti della verità. La capacità di leggere con intelligenza le situazioni è un dono prezioso. A questo si aggiunge anche un utilizzo razionale dei social, che potrebbe aiutare molto a non rendere la vita un’inutile corsa verso il traguardo de “la sai l’ultima”. Tante volte tacere rappresenta un segno di intelligenza.

Il quinto ed ultimo passo riguarda i detrattori della comunione, cioè tutte quelle persone che non vogliono realizzare la comunione fra le nostre comunità cristiane e si impegnano attivamente perché ciò non avvenga, magari nascondendosi dietro la maschera della tradizione, di una difficoltà logistica o del rispetto della storia. Costoro semplicemente non sono in linea con la logica del vangelo e con quanto il nostro vescovo ci ha chiesto: a loro ritengo opportuno dire che il cammino della comunione “comunque” continua, semplicemente perché vogliamo cercare di vivere il vangelo.

Questi cinque semplici passi possono aiutarci a compiere un cammino più convinto verso il bene della comunione; il traguardo è quel ritrovarsi uniti e concordi nel cenacolo alla presenza di Maria, per invocare il dono dello Spirito Santo affinché – come dice la preghiera eucaristica II – “ci riunisca in un solo corpo”.

   

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